Borgogna, quanto sei bella d’inverno

Parte Prima

Viaggio effettuato nella II decade di Novembre 2015

di Agnes Futa

Mentre mi dilettavo grazie ad un vino locale, con il pensiero sfogliavo le pagine della mia memoria.

La Borgogna l’ho visitata in tutte quante le stagioni, con il sole alto, con la pioggia e con le vigne in fiore, ma così bella, nuda ed essenziale come appare in Novembre non l’avevo mai vista.

Io sono di questa opinione: quello che è bello lo è sempre e quello che è buono migliore lo sarà nell’avvenire, come i vini di questa regione.

Per entrare nell’anima della terra ci vuole del tempo e una serena e/o positiva predisposizione, che consenta di cogliere l’atmosfera del luogo.

L’immagine che mi faccio di un vino si origina osservando il territorio della sua provenienza, così si plasma l’idea del suo carattere e del suo profumo, ma soprattutto della sua profondità che comunica il proprio terroir. Mi è capitato più volte di delineare il profilo gusto – olfattivo di un vino prima dell’effettivo assaggio, solamente contemplando le colline dove nasce.

Di solito mi fermo a Chambolle Musigny nella Cote d’Or tra Gevrey – Chambertin e Nuits – St – Georges, ed in un piccolo ristorantino del luogo mi concedo la/le bottiglia/e della Domaine Georges Roumier ad oggi diretta da Christophe. Il tizio non è molto diplomatico: da quando i prezzi del Bordeaux sono saliti vertiginosamente, i vignerons della Borgogna di fronte a una domanda sempre più crescente del mercato, si sono trovati con delle richieste che non sono in grado di soddisfare. Tale stato di cose ha generato in alcuni produttori una fisiologica chiusura verso gli appassionati, non avendo più prodotto sono stati costretti a chiudere i portoni delle loro cantine, e C.R. è uno di questi.

Fortunatamente, cercando bene, un modesto numero di bottiglie esce sempre fuori.

Quindi per rallegrare una serata tanto invernale quanto centralizzata nella sua stagionalità, l’apertura di un Pinot Noir era di protocollo.

La debolezza per il Monopole di Roumier Clos de La Bussiére 2010, si manifesta qualvolta si varchino i confini della terra dove i mesoclimi e una particolare struttura dei suoli hanno designato la storia dei vini più affascinanti del mondo.

Ho degustato in più occasioni Clos de La Bussiére (più annate) e in momenti stagionali differenti, e mentre a giugno il vino aveva un comportamento retto e da equilibrista, a luglio era completamente chiuso e contratto, tante che, ho pensato fosse cambiato per cause di natura superiori, a me sconosciute.

Niente di tutto questo. La stessa bottiglia stappata la sera del 21 novembre, a 200 metri di distanza dalla Domaine, si è rilevata particolarmente riuscita, mostrando un’autenticità territoriale quasi da imbarazzo.

Il Pinot Noir fa come gli pare. Sì, indubbiamente la classe di cui è dotato è un punto fermo da cui scaturisce la sua formula segreta, che come in un’equazione, il numero iniziale corrisponde a quello definitivo pur rappresentato dai segni differenti.

Quando si beve un vino del genere, crollano i falsi miti, le ombre si schiariscono e il bene dilaga. Si assiste ad una metamorfosi kafkiana nella sua rappresentazione teatrale più pura, che ai greci deve tutta la sua riconoscenza evocando i tempi delle gloriose raffigurazioni artistiche del palcoscenico a Taormina.

Bellezza richiama la bellezza, e come ha detto un signore che di bellezza si intende, un giorno essa salverà il mondo.

Le parole di Dostoevskij sono più attuali che mai, enfatizzano il concetto della bellezza che era centrale nella sua vita, proiettata in una profondità sia materiale che immateriale ha potuto penetrare negli animi più nascosti come quelli di un vino.

Bere un Borgogna, è come scrollarsi tutte le paure di dosso, anche quella più temibile dall’uomo, la morte.

— Agnes Futa