Vini Fuori le |RIGHE| – i rossi d’antan

di Agnes Futa
Giovedì 22 dicembre 2016

1982 Aglianico del Vulture – D’Angelo

Quando un vino mantiene il fascino della sua età preservando al meglio la sua identità e il carattere si merita il nomignolo di uno “come una volta” - d’antan appunto.

Ho parlato dell'Aglianico del Vulture qualche tempo fa e non manco di farlo qualora si presenti una nuova occasione. Bottiglie come questa, oramai, rappresentano le rarità di qualche carta dei vini preziosa: il valore intrinseco e culturale non può che arricchirle, rendendole uniche e irripetibili.

L'azienda D’Angelo è situata in Basilicata a Rionero in Vulture, il cuore classico della coltivazione del vitigno Aglianico. Lo coltiva da quasi un secolo sulle colline di origine vulcanica – i terreni prediletti per questo vitigno tardivo di cui la raccolta si colloca tra l’ultima decade di ottobre e la prima di novembre.

Le uve di Aglianico generano vini pregiati e di nobile fattura: la qualità dei tanni e la tenuta nel tempo viene spesso paragonata al Nebbiolo – il più blasonato vitigno italiano – re delle Langhe e padre di Barolo e Barbaresco. Seguendo il filo delle affinità caratteriali, ho trovato alcuni aspetti in comune con un altro vitigno a bacca rossa, il Pinot Noir proveniente dalla regione francese Borgogna.

Purtroppo ancora ad oggi nel sapere collettivo (tralasciando gli addetti ai lavori) l’Aglianico risulta essere un vitigno/vino sconosciuto. Il consumatore medio dell'odierna Italia, salvo il suo personale l’interesse mostrato nei confronti dei vini della Campania e Basilicata (dove è presente per ragioni geografico-storiche), è privo di un bagaglio culturale, spesso per colpa delle linee di distribuzione che mirano alla diffusione di vini prodotti in larga scala e dai gusti discutibili. ma che in fondo impongono le tendenze del mercato del vino.

L’82 si presenta in perfetta forma, coeso e con tannini raffinati dispiegati armonicamente sull’interfaccia della freschezza e della sapidità. Alcuni tratti risulterebbero appartenere ad un vino ancora più giovane, quindi presumo che qualche ulteriore anno in bottiglia gli gioverebbe assai bene.

Vivo è il colore rosso granato, trasparente e pieno di lucentezza.

C’è un fascino straordinario e coinvolgente legato ai suoi profumi, in realtà si propongono come un variopinto bouquet di rosa appassita, legno di sandalo, chiodi di garofano, anice stellato, cardamomo, animale da piuma e cenere.

Bocca pulita, precisa, elegante, puntuale e corrispondente al naso, mantiene una bellissima acidità e grande corpo, mediamente persistente (unica pecca!) – molto Sud – vulcanico!

Continua nell’evoluzione odorosa, ora è nella fase più profonda - scuro, viscerale poi seguono: pergamena, pollaio, goudron, timo, rosmarino, gelso nero, sale iodato, alghe, lavanda, lana del deserto.

Per la sua maturazione sono state impegnate le botti tradizionali, per un periodo di circa 20 mesi.

La gradazione alcolica di questo vino indicata in etichetta è di 12,5%, il che mi conferma che la struttura di un rosso di corpo non necessita di un tenore di alcol superiore per invecchiare a dovere ed è in grado di mantenere un’impalcatura per ben trentaquattro anni. Considerando che l’acidità dell’Aglianico geneticamente si colloca ai livelli elevati, pertanto, ci sono tutti i presupposti per ottenere un vino di qualità elevata.

L'Aglianico D’Angelo, classe 1982, è la prova provata che il territorio del Vulture è un suolo vocato alla coltivazione della vite, in particolar modo dell’omonimo vitigno che qui ha trovato un habitat naturale che riesce ad esaltarne i suoi pregi. Vorrei sfatare un mito sui vini meridionali e loro presunta pesantezza: basta con un po’ di apertura avvicinarsi ad alcune realtà per abolire le false opinioni e appurane la verità oggettiva.

Per una maggiore tutela dell’identità di questa tipologia, il 18 febbraio 1973 viene attribuita la Denominazione di Origine Controllata al vino "Aglianico del Vulture".