La settimana ENOica: 29 novembre / 5 dicembre

Le descrizioni dei vini qui riportati, sono i miei assaggi personali effettuati nella quotidianità della sfera privata e/o professionale. Per via del numero crescente e della la vastità di tipologie degustate, ho sentito una reale esigenza di condividere tali esperienze con gli altri e divulgarle con una cadenza settimanale. Le bottiglie in oggetto sono di mia proprietà e sono state custodite in condizioni idonee per la conservazione del vino.

di Agnes Futa

Portale Adduca 2009

Casa Maschito
Italia - Basilicata
Aglianico del Vulture 100%
Barrique Francesi – 12 mesi

Ho deciso di dedicare a questo vino l’intero spazio della settimana ENOica, per diverse ragioni.
Allo stato odierno, la Basilicata assieme al Piemonte, alla Toscana, alla Calabria e al territorio vulcanico dell’Etna, forma la rosa dell’eccellenza vinicola italiana. Potrebbe sembrare bizzarro l'affiancare i vini lucani ai più conosciuti e blasonati piemontesi o toscani, ma in effetti c’è una correlazione intrinseca primordiale, che è quella legata al vitigno di provenienza.

Attraverso i numerosi assaggi ho potuto constatare una certa logicità e coerenza che ho riscontrato nelle varie espressioni di Nebbiolo, Sangiovese, Nerello Mascalese, Gaglioppo ed Aglianico. Le uve, pur preservando le loro caratteristiche originarie ed essendo riconducibili al determinato lembo di terra, quindi forti di personalità ed identificanti nel loro porsi nella natura, hanno un punto di incontro comune.

Dire che ad un certo punto si assomigliano, sarebbe troppo semplicistico e perfino scontato, e non è così.

Il fatto sta che, arrivati ad uno stato evolutivo dove l’equilibrio e la coesione delle componenti si mostrano nella performance migliori, i vini si posizionano nella stessa lunghezza d’onda. Mi riferisco alle percezioni gustative e non quelle dell’olfatto, disegnate dall’assetto strutturale e dal suo svolgimento fisico.

Per quanto concerne l’Aglianico, quello del Vulture è uno dei sei biotipi coltivati in Italia: proprio in quest’area è riuscito a sviluppare una personalità specifica, ben distinguibile dalle altre tipologie del Centro–Sud. Le differenze sono imputabili, oltre al tipo di terreno vulcanico, quindi ricco di potassio (elemento di cui la vite è assai esigente), alle forti escursioni termiche che conferiscono al vino una ricchezza di profumi unica.

La zona di produzione ricade nella parte nord della Regione Basilicata, in provincia di Potenza, e comprende un territorio di alta e media collina, situato sulle pendici del Monte Vulture. L’origine vulcanica e arenaria determinano la presenza di suoli diversi che vanno dal tipo sabbioso al limoso – argilloso, tutti caratterizzati da evidente presenza di formazioni colloidali – sicuro presupposto di fertilità. Trattasi di terre che presentano, come ho detto prima, un elevato contenuto in potassio e più in generale di elementi nutritivi idonei ad una viticoltura di qualità, con basse rese e capaci di conferire ai vini particolare vigore e complessità.

I grappoli dell’Aglianico maturano tardivamente, di solito tra la metà di ottobre e la prima decade di novembre. Quindi, per il suo naturale ritardo nel germogliamento l’attività vegetativa non viene intaccata dalle frequenti gelate primaverili. La presenza del massiccio vulcanico, determina le condizioni di ventilazione per effetti d’aria provenienti dalle coste orientali/occidentali, con significativi riflessi sulla condizione vegetava delle piante e la produzione fenolica sulle bucce.

Messi insieme, tutti questi elementi rappresentano un valore inestimabile della realtà vinicola lucana, e i vini attualmente prodotti sono l’espressione autentica di questo territorio.

Portale Aducca è uno dei quattro Aglianico che produce Casa Maschito, un’azienda da 50.000 bottiglie situata a Maschito in provincia di Potenza.

Del 2009 sono state prodotte 6.000 bottiglie: le uve sono state raccolte nell’ultima settimana di ottobre e sono state sottoposte alla macerazione sulle bucce di circa 10 giorni. La malolattica svolta entro i sessanta giorni dalla vendemmia e la successiva maturazione nel legno piccolo francese (12 mesi c.a.), hanno smussato gli angoli della naturale spigolosità dell’Aglianico, apportando la morbidezza.

Dal punto di vista dei parametri enologici, acidità 5,8 g/l - pH 3.51 – estratto secco 28,7 g/l, che dire? Niente male. I presupposti per un lungo invecchiamento ci sono tutti. Ora, il produttore consiglia di consumarlo dopo i 24 mesi dall’imbottigliamento, e l’ho fatto, ma l’ho rifatto anche dopo gli ulteriori 48 mesi, quindi nel dicembre 2015.

Una premessa: il vino si è difeso con dignità, non siamo di fronte ad un Ribot galoppante. Qualche l’imprecisione è affiorata, come naturale che sia nella maggior parte dei vini che degustiamo; non è però mancata la sua impronta territoriale. Idem dicasi per l’identità.

Essere se stessi non è facile per noi uomini, figuriamoci per un vino che è governato dall’uomo!

Il profumo iniziale ha mantenuto lo stesso registro olfattivo pure al quinto bicchiere. La disposizione al palato è risultata abbastanza coesa: si sono presentate alcune divergenze nella fase finale della bevuta, ma non tali da compromettere il giudizio generale.

Nel frattempo, mentre i profumi si rilasciavano nella lenta sequenza, i tannini esibivano la loro parte migliore, il tutto sorretto da una solida impalcatura.

L’aspetto di primaria importanza a cui do maggior peso nella valutazione dei vini è legato alla sua acidità: la vitalità, il dinamismo e lo stesso carattere del vino dipendono da tale presenza. Un filo sottile e invisibile come quello della freschezza è veicolante nello sviluppo progressivo, nella sua verticalità e nell’apertura alare.

Ho riscontrato nel Portale Adduca una forza esistenziale incredibile, incisiva nel carattere e con una solida base di appoggio conferitagli dal territorio di origine. Interessanti i profumi, un po’ selvaggi e per certi sensi poco domati, ma ci piacciono così, veraci e taglienti: more selvatiche, succo di lamponi, petali di viola, felce, muschio, humus, pietra pomice, timo, tamarindo, marzapane, pistacchio, capperi, cardamomo nero, lapis, cocomero.

Sì, il cocomero. Così grande, grosso, gonfio, e per certi versi dalle note perfino banali, compare nelle espressioni dei più grandi vini. Una nota quasi timida e innocente che accomuna i più giganti del pianeta: la si trova in un Monfortino, in una Riserva di Biondi Santi come in quella della Capanna, nell’Outis di Ciro Biondi, nel Cirò di ‘A Vita, nel Clos de la Bussière di Roumier e tanti altri.