Vini fuori le |RIGHE|: Chenin 1992

In questa rubrica descrivo i vini che mi hanno particolarmente colpito; li ritengo unici e appartenenti alla cerchia dei miglior assaggi della mia vita - perciò denominati – “Fuori le Righe”.

di Agnes Futa
Martedì, 16 agosto 2016

1992 Domaine Aux Moines Savennières – Roche Aux Moines  

Savennières – Roche Aux Moines 1992 – monumento dell’integrità
Nazionalità: Francia
Regione: Loira - Roche aux Moines
Data di Nascita: 1992
Occhi: giallo carico con sfumature di oro antico
Segni particolari: terreno scistoso con presenza di materiali di origine vulcaniche

All’età di 24 anni un vino bianco non può che sorprendere.

Composto di uve bianche tipiche della Loira, lo Chenin è un vitigno che più di una volta ha dato la prova della sua longevità.

Sono tanti i produttori che propongono le loro versioni, più o meno articolate, con la medesima finalità di ottenere vini di insolita grazia, netti, precisi, e con una giusta dose di impronta territoriale.

La cosa che sorprende mentre si degusta un Chenin, è la sua riconoscibilità identificativa, che si traduce nella costante e solida reinterpretazione delle uve a prescindere dal risultato vendemmiale.

Monique e Tessa Laroche, rispettivamente madre e figlia, nonché proprietarie dell’azienda Domaine Aux Moines, riflettono fedelmente il concetto di costanza produttiva dove varia solo un parametro, quello legato alla complessità dei loro vini, di anno in anno di maggiore profondità.

Col passare del tempo le vigne generano dei frutti sempre più piccoli e concentrati in sostanze particolarmente utili nell’invecchiamento del vino: qui alla Roche le piante di Chenin variano da 90/38 anni. Questa zonazione legata all’età del vigneto permette di concepire vini di assoluta ricchezza e soprattutto propensi ad affrontare i lunghi anni in piena tranquillità.

Dal 2009 la produzione è stata convertita ufficialmente al regime della coltura biologica, anche se tale approccio veniva già attuato dalle signore da molto prima. La consapevolezza di rispettare i cicli della natura appartiene ad entrambe, e continua a ripercuotersi anche nella pratiche in cantina, dove l’intervento dell’uomo è maggiore.

Tessa ci tiene a non marcare molto le cuvée, che proprio nella delicata fase della vinificazione nel legno risulta più insidiosa. Il pericolo sta nel dosaggio del legno nuovo, il quale non deve in nessun modo coprire le caratteristiche del vino – allontanandolo dalla sua reale personalità.

Ritornando al carattere di Savennières 1992, non rimane altro che fargli un applauso: il vino sorprende per la sua vigoria proposta in una cornice di inusuale fascino.

Il tratto che emerge più prevalente è legato alla sua sottile nota acida – responsabile di tutte le sensazioni che si manifestano successivamente. L’impalcatura così ossuta e stabile lo rende armonico, mentre i profumi a seguire sono concatenati e magistralmente affiancati l’uno all’altro.

Gli odori ricordano la frutta bianca come gelsi bianchi, fichi d’india, mela cotogna, e la loro integrazione nell’aspetto minerale del vino risulta perfetta e assai equilibrata. Alle note fumé di pietra focaia come quella pomice si contrappongono finissime particelle di sali e altri elementi che fanno parte del suo territorio.

Grande soddisfazione nella beva, appagamento dei sensi e il piacere di condividere questa bottiglia a tavola.

È emersa inoltre la sua versatilità, che mette tutti di buon umore appunto per la capacità di adattamento culinario.

Quando si arriva in salute a questa età, la struttura del vino consente una maggiore apertura verso le pietanze, in quanto le componenti del vino, essendo più smussate, si integrano al meglio negli ingredienti del cibo che nella gioventù potrebbero destare qualche preoccupazione.

Mi trovavo a sorseggiare questo vino a Ragusa Ibla, al Ristorante Duomo di Ciccio Sultano che propone una sfilza di preparazioni di impronta sicula, elaborate con delicatezza allo scopo di esaltare la finezza dei sapori senza snaturarne il suo vero profilo gusto-olfattivo.

Tra le olive di Tonda Iblea, macco di fave, pesti e paste vari, l’abbinamento con la triglia è stato quello più azzeccato nei termini di equilibrio ed esaltazione dei profumi e dei sapori del vino e del cibo.

Vorrei sottolineare un altro aspetto di vitale importanza: quello del dopo. Il vino persiste anche dopo essere ingerito, quindi la sua bontà andrebbe valutata considerando anche il periodo "post–degustativo".

Se la percezione del piacere e di appagamento continua anche nella fase successiva – perché ci fa star bene senza sentirsi appesantiti oppure addirittura intontiti – è un valore di rilevante significato che rende questo vino ancora più prezioso e rispettabile, e lo Chenin 1992 lo è.